La compagnia delle Indie. La prima multinazionale

Nel 1750 la Gran Bretagna era una piccola isola in un mare di colossi imperiali. Spagna, Portogallo, Paesi Bassi avevano allungato ovunque i loro artigli. E la Francia continuava a rafforzare il suo vasto dominio. Un secolo dopo l’Impero britannico avrebbe abbracciato un quarto del globo, da Ottawa a Auckland, da Città del Capo a Calcutta, da Singapore a Spanish Town. Un abitante su cinque della popolazione mondiale sarebbe diventato suddito della regina Vittoria. La Compagnia delle Indie è la storia dell’eterna sfida tra Inghilterra e Francia, e dell’ascesa britannica in Oriente. Ma è soprattutto la storia di persone in carne e ossa, luogotenenti, ufficiali, funzionari e mercanti che insieme a viaggiatori, ladies, artisti e avventurieri si trovarono in quelle terre d’Oriente. Tanto ammaliati dai simboli e dai manufatti della nuova cultura da volersene riempire le tasche. Per motivi di status, per autoaffermazione, per mera vanità. Tutti divennero collezionisti. Con manoscritti, narghilè, pettini d’avorio, tappeti, scimitarre e animali esotici, l’orientalismo entrò nella cultura europea. Maya Jasanoff scava negli archivi, soffia via dai bauli la polvere della memoria e riporta in vita i personaggi leggendari di quel secolo. Robert Clive e la brama che lo conduce al suicidio. Henry Salt, l’uomo che esce dall’anonimato in Egitto, ma in Egitto perde la famiglia, il senno, la vita. Antoine Polier, ucciso dai ladri che tra i suoi manoscritti arabi cercano ori e diamanti.